Back on board

Il we sono tornato in barca, dopo tanto tempo a fare delle regate. Le condizioni non erano delle migliori: onda formata e poco vento. Quelle condizioni che so bene mi faranno soffrire. E questa volta mi hanno chiesto di fare la prua. È, in verità, il mio ruolo naturale: piccolo (e leggero), ma cattivo.

Lo skypper non lo conoscevo, ma si è rivelato molto bravo e da cui imparare molto.

L’adrenalina durante le regate, anche se non avevamo velleità di primeggiare per il tipo di barca, è sempre alta. I 5 minuti fanno scattare la concitazione, la tensione sale, i comandi diventano urlati e concitati, ed alla fine si passa la linea e si inizia a giocarsela, leggendo il campo di regata, gli avversari ed il cielo.

Come previsto stare a prua mi ha dato fastidio, ma non mi ha fatto demordere dal fare il prodiere, solo qualche interruzione per vomitare.

Sono contento delle due giornate perché non ho sbagliato nulla, tutto perfetto, da migliorare, ma che bella soddisfazione quando le mani fanno prima quello che la testa elabora guardando. Tutto scorre e cose girano come devono. Le vele si gonfiano, le cime filano, non si sovrappongono, non si incattiviscono. Mi posso confermare le mie due doti principali: una spiccata capacità di osservare ed una manualità spinta che mi fanno rifare subito le cose appena viste, che mi permettono di cogliere dettagli e metterli assieme costruendo il contesto. Si me la tiro, ma ogni tanto ci vuole.

Ho perso un po’ il piede marino, e questo mi deve far riflettere su cosa fare e su cosa dedicarmi nel prossimo futuro.

Achab is back

Lascia …

quando qualcuno muore leggiamo frasi che citano “… lascia un moglie e tre figli, lascia un figlio ed un marito”. Ma perché diciamo così? Perché mettiamo nella persona che muore la volontà di lasciare qualcuno o qualcosa?

Chi muore non lascia nessuno! Chi muore viene strappato alla vita, ai suoi cari, ai sui figli, a suo marito/a sua moglie, senza possibilità di appello, senza possibilità di cambiare le cose!

Chi muore non ci vorrebbe lasciare, non diciamo cazzate!

Oggi ho saputo di due persone che, contro la loro volontà, se ne sono dovute andare. Non ci hanno lasciato, non era nelle loro intenzioni, e non lo sarebbe mai stato.

E’ banale, ma queste cose ci portano a pensare alle cose in modo relativo, a pensare, per qualche secondo, che tutto serve.

Non è vero, non serve a un cazzo! Non era nelle loro intenzioni servire a qualcosa, come non era nelle loro intenzioni “lasciarci”.

Odio questo modo di dire, odio perdere persone care, che sono entrate in qualche modo nella mia vita. Forse questo mi farà riflettere di più su senso della vita, della mia vita.

Ma anche questo non era nelle loro intenzioni, è un effetto collaterale, ininfluente!

Timshel

La parola ebraica timshel – “tu puoi” – implica una scelta. Potrebbe essere la parola più importante del mondo. Significa che la via è aperta. Rimette tutto all’uomo. Perché se “tu puoi”, è anche vero che “tu non puoi”.

(John Steinbeck)

un anno fa

“Scusi mi apre il tornello? Ho riconsegnato il badge e devo andare via.
E no, io non posso aprire, venga che gliene do uno provvisorio. 
Scusi, non mi serve provvisorio e poi per venire da lei dovrei comunque uscire. Come facciamo?
Ah non so!
Guardi scavalco e vado via!”

un anno e qualche giorno fa (era il 31 luglio 2018) con questo dialogo tra me e la portineria si concludevano il mio percorso da dipendente per iniziarne un altro.

Mi potrei soffermare sul fatto che per definire un processo non basta saper fare un diagramma di flussso, o sul fatto che la realtà è ormai scomparsa da alcuni uffici, ma non è il caso.

Avevo deciso di cambiare per seguire la voglia di risvegliarmi dal torpore e tornare di nuovo in pista [ tempo fa avevo usato per descrivermi la metafora del periodo di manutenzione, ormai finito]. Avevo un piano, delle idee e voglia di fare.

Il piano è andato male, le idee sono rimaste e le ho seguite ancora di più. Sono stato capace di incassare il colpo basso, oddio se ne parlo ancora la sera rimango un po’ agitato nel sonno, di reinventarmi e di cambiare direzione, piani e tutto quello che c’era da cambiare ed anche qualcosa un più.

Adesso mi ritrovo, con gioia e soddisfazione, a fare una cosa che non avevo previsto, che mi piace e sulla quale mi sto misurando con convinzione.

Sento, e so, che anche questa è una tappa e non un traguardo, ed ho imparato ad essere pronto al cambiamento e ad accoglierlo con la migliore predisposizione, “welcome change” come dico nei workshop che adesso tengo.